di Slawka G. Scarso

Il marketing è anche (ma per carità, non solo) immagine, e anche la salute è immagine. Così mi ha incuriosito in questi ultimi mesi una nuova strategia di marketing che stavolta non mette in contrapposizione il vino di una data azienda con quello delle altre, ma una tipologia basilare, comprensibile a tutti i consumatori. Si tratta della “lotta” tra vino bianco e vino rosso, a quale fa più bene.
Già anni fa è emerso il “paradosso francese” (nel 1998 ne parlò la rivista Stroke) in base al quale ci si accorse che in Francia c’era un’incidenza della morte per malattia cardiovascolare inferiore al resto d’Europa, e questo nonostante l’elevato consumo di grassi animali. Da quel momento in poi sono venute fuori nuove scoperte secondo le quali un moderato consumo di vino (rosso) ha una funzione preventiva contro l’infarto, aiuta contro il colesterolo, il cancro e l’Aids. Questione di antiossidanti, resveratrolo e via dicendo. Ma senza entrare nell’ambito della chimica, basta ricordare che questi effetti benefici sono tipicamente legati alle uve a bacca rossa, e non a quelle a bacca bianca. Tutta questione di buccia, insomma.

Così il “paradosso francese” ha sicuramente contribuito all’aumento delle vendite del vino rosso rispetto al vino bianco. In alcuni mercati, come quello statunitense, ad esempio, dove i problemi cardiovascolari sono molto sentiti dai consumatori (le cardiopatie negli Stati Uniti sono la prima causa di morte) i benefici sulla salute del vino rosso sono stati molto importanti per l’aumento di consumo che si è verificato negli ultimi anni. È quanto ha confermato questa primavera lo stesso Wine Market Council. È interessante poi come questo valore aggiunto salutistico del vino rosso sia considerato già come elemento vincente in mercati emergenti come l’India. Lo scorso gennaio, al forum del marketing organizzato a Parigi dalla Skalli & Rein, Rajeev Samant, amministratore delegato della società indiana Sula, ha dichiarato che la crescita del 25% a volume e del 30% a valore che si è avuta in India negli ultimi tre anni è fortemente legata all’effetto salutistico del vino rosso.

In questi ultimi mesi è partita però la riscossa dei vini bianchi, una questione evidentemente nata da questioni commerciali. Così si è scoperto che i vini bianchi, grazie al tirosolo e all’acido caffeico che contengono contribuiscono a prevenire i fenomeni infiammatori responsabili dell’artrite reumatoide e dell’osteoporosi. E ancora, studi sugli animali hanno dimostrato che anche il vino bianco fa bene al cuore, proprio come quello rosso. Per non parlare del fatto che il vino bianco si digerisce più facilmente, e in tempi di intolleranze alimentari varie non si può non apprezzare.
Non è un caso che molte di queste ricerche siano state promosse (e quindi finanziate) da produttori bianchisti, così come era stato per quelle che elogiavano i benefici dei vini rossi.

Le questioni di marketing diventano insomma il fondamento per la ricerca scientifica. Meglio investire finanziando la ricerca che aumentare le perdite per la mancata vendita dei prodotti. C’è da scandalizzarsi? Direi proprio di no. Dopo tutto, in Australia già esiste il fenomeno dell’autotassazione da parte delle aziende, che ogni anno destinano parte del fatturato alla ricerca – e poi ci si chiede come fanno a ottimizzare le loro produzioni… Anzi, visto che comunque a salvaguardia di questi studi c’è sempre il valido lavoro di scienziati che in questo modo possono vedere arrivare nuove risorse per la loro ricerca, si può dire che c’è da rendere merito, una volta tanto, proprio a questioni di marketing e mercato, se si fanno alcune scoperte.

Articolo pubblicato su Tigulliovino, 01/06/2006

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