L’importanza di formare (e motivare) il personale

Ieri sera ho iniziato a fare alcuni giri vinosi per Roma per un nuovo progetto. Ho visitato due locali in cui tra le altre cose si somministrava vino e ho avuto due esperienze completamente opposte. Premesso che per poter dare un giudizio più obiettivo su questi due locali non mi ero inizialmente presentata come giornalista o scrittrice, il trattamento che ho ricevuto, anche quando mi sono presentata (dopo tutto se uno prende attentamente appunti da una carta dei vini e dal menù in qualche modo crea sospetto e a quel punto è giusto presentarsi) è stato opposto.

In un caso ho avuto modo di parlare col titolare, persona davvero squisita, che mi ha raccontato della sua attività con una passione tale che non potrà non riversarsi anche nelle mie parole. Si trattava di un locale in cui ero stata una sola volta prima e mi ero già trovata bene, al punto che ieri ho fatto un giro, diciamo di aggiornamento. Ma il secondo, beh, il secondo, che è uno dei miei posti preferiti a Roma e che conosco da anni, è stato una delusione. Già, perché il titolare non c’era e quando ho chiesto informazioni alla ragazza che era in sala e che sembrava comunque gestire il locale in sua assenza ho ricevuto risposte con scarso entusiasmo, stringate (e, sia ben chiaro, era un mercoledì sera, non un sabato) . E’ chiaro che il mio giudizio non si baserà mai (solo) su quell’unica esperienza ma sul fatto che le tante altre volte in cui sono stata lì negli ultimi 7 anni sono stata sempre bene, però mi chiedo: e se quella fosse stata la mia prima volta? Se non avessi avuto modo di sapere che lì in realtà si passa una bella serata, con ottimi vini e cibo all’altezza?

Un consiglio da manuale di marketing sarebbe quello di formare il proprio personale anche per queste occasioni. Spiegare come ci si comporta, cosa si deve dire, al giornalista/scrittore di turno. Come trattarlo. Nei casi estremi crearsi anche uno standard di comportamento. Perché va bene che le cuvée des journalistes (e azioni/atteggiamenti equivalenti) andrebbero evitate, però c’è pure una via di mezzo, e se è vero che il titolare non può esserci tutte le sere allora bisogna fare in modo che chi ne fa le veci gli dia il giusto merito.

About Slawka

Consulente di comunicazione e marketing enogastronomico per aziende piccole e grandi. Docente presso la LUISS Business School, l'Università di Salerno, la Fondazione E. Mach e la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. Autrice di vari volumi tra cui i manuali Marketing del vino (2014, Edizioni LSWR) e Marketing del gusto (2015, Edizioni LSWR, con Luciana Squadrilli)

3 comments

Il fatto è che spesso chi lavora in questi locali non è pagato/gratificato/motivato come si dovrebbe e …… visto che non tutti sono professionisti attenti ed educati alla cultura del servizio le cose volgono al male, come hai potuto notare tu in prima persona.
Ho visto ristoranti di grandissimo livello abbandonati dal titolare in balia di metres e caposala che facevano il bello e il cattivo tempo, senza alcun riguardo per lo stile di conduzione e la brand identity del locale.

Spesso è volentieri in un locale quando il titolare non c’è i dipendenti si “rilassano”, fino a fregarsene nella maniera più totale.
Non è solo una questione di paga o di motivazione, ma anche di educazione nonchè di rispetto verso sè stessi e verso l’esercizio e l’esercente da cui si è pagati.
Personalmente, gestendo un’attività da oramai dieci anni, mai come quest’anno ho avuto problemi con il personale di sala.
I primi giorni di lavoro erano tutte rose e fiori, poi quando la stagione è iniziata veramente, più di uno ha tirato i remi in barca arrivando anche a frasi del tipo “se non va bene come lavoro me ne sto a casa”.
Il bello è che sono rimasto deluso proprio da chi era pagato meglio ed aveva la mia massima fiducia.
Non capisco poi certe persone che si debbano lamentare in continuazione per poi far finta di niente quando il titolare è lì con loro.
Sentendo il parere di alcuni miei colleghi del settore, in fatto di personale, posso ritenermi fortunato (non oso immaginare cosa succede negli altri locali).
Alla fine comunque tutto torna indietro, e chi non sa o non vuole lavorare per pigrizia ed indolenza non farà sicuramente una gran carriera. E poi danno la colpa alla crisi…..
Ciao a tutti e scusate per lo sfogo

Be, se sono dei professionisti non c’è bisogno di “formarli”, almeno nelle realtà piccole. Nei locali più grandi con più dipendenti si sa, va proprio a fortuna. E formarli non serve a niente, ne sono convinto.

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